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Da :LA STORIA DEL FUTURO DI TANGENTOPOLI
DI IVAN CICCONI, EDIZIONI DEI - ROMA 1998, PAG. 99 E SEGG.
Nella mia parentesi di impegno diretto e straordinario alla fondazione
del Partito della Rifondazione Comunista, dal 1991 al 1994, ho
incrociato diverse situazioni di illegalità pubblicamente
denunciate; alcune hanno avuto anche riscontri da indagini della
magistratura, quasi sempre in modo restrittivo, con lentezza e
ritardi incredibili.
Nel 1992 conobbi un maresciallo della guardia di Finanza particolarmente
impegnato nelle indagini sulla corruzione e la penetrazione mafiosa
a Bologna; un giorno gli chiesi, in forma amichevole, un parere
sui magistrati più seri e affidabili della Procura di Bologna,
mi rispose con un nome: Carlo Ugolini. Chiesi se oltre ad Ugolini
ci fossero altri magistrati seri e affidabili,mi rispose con lo
stesso nome: Ugolini; feci i nomi di altri due magistrati, mi
rispose in modo secco: Ugolini.
Anche la vicenda di questo giudice è emblematica del contesto
nel quale si è sviluppato il Rito Emiliano.
Quale componente della direzione investigativa antimafia, Ugolini
lanciò alla cosiddetta società civile numerosi messaggi
dal 1992 a11995;fra questi, due sono quelli più noti. ll
primo è un esposto che il giudice scrisse al CSM sulle
inefficienze della Procura, con riferimenti espliciti al Procuratore
capo e alle attività della DDA di Bologna, della quale
faceva parte insieme ad altri due colleghi: Mario Monti, sul quale
pesava l'accusa di appartenenza alla massoneria; Giovanni Spinosa,
pubblico ministero della cosiddetta "banda del Pilastro",
o "quinta Mafia", accusata della strage dei carabinieri
consumata nel1991 a Bologna. Nessuno nella "società
civile" raccolse questa coraggiosa e durissima denuncia.
La situazione di inefficienza della procura bolognese era talmente
evidente che persino il CSM in pochissime settimane decise addirittura
di rimuovere il Procuratore capo Gino Paolo Latini.
L'operazione Pilastro (dal nome del quartiere più degradato
della città), fu all'origine di un'altro clamoroso messaggio
alla società emiliana,anche questo inascoltato. Dopo qualche
settimana dalla decisione del massimo organo della magistratura
sulla rimozione del Procuratore capo, venne programmata la più
grande maxi-operazione mai realizzata in Emilia Romagna, l' operazione
"Pilastro": 180 arresti, un intero quartiere di Bologna
circondato e messo sotto sopra.
Quella mattina, di prima mattina, al Pilastro erano presenti decine
di giornalisti della televisione e della carta stampata, ovviamente
preavvertiti. La mattina stessa si tenne una conferenza stampa
con Bruno Siclari, capo della Direzione Investigativa Antimafia
nazionale: tutti i telegiornali quel giorno aprono con questa
notizia: "Maxi operazione antimafia :a Bologna, sconfitta
la "Quinta Mafia"". Tutti i quotidiani il giorno
dopo hanno questa come notizia più importante della prima
pagina.
Anche in questo caso il giudice Carlo Ugolini lanciò un
messaggio chiaro e netto: non firmò quella maxi operazione,
non appose la sua firma a quella che giudicava una maxi sceneggiata
e che venne firmata solo dagli altri due componenti della DDA
bolognese. Nessuno colse questo segnale, nemmeno i giornalisti
che lo segnalarono distrattamente. Eppure bastava guardare la
sproporzione fra l 'enfasi con la quale venne realizzata e presentata
tutta l'operazione ed i fatti contestati ai 180 arrestati; solo
a una decina di questi veniva contestata l'associazione di stampo
mafioso, tutti gli altri erano malcapitati che avevano in comune
solo una cosa, il fatto di essere arrestati nello stesso momento.
Nella conferenza stampa Bruno Siclari arrivò a dire che
la sconfitta della "Quinta Mafia" rappresentava un fatto
storico nella lotta contro la criminalità organizzata.
I commenti dei giorni successivi registrarono persino l'intervento
entusiasta del presidente della commissione parlamentare antimafia,
Luciano Violante.
La clamorosa operazione era fondata sul nulla: una banda di criminali
comuni, dediti al traffico di stupefacenti, era stata presentata
come una organizzazione potente ed allo stesso livello di Cosa
Nostra, Camorra, 'Ndrangheta e Sacra Corona Unita. Il risultato
fu uno solo, quello di "depistare" e sottrarre attenzione
e risorse alla lotta contro la presenza vera delle mafie a Bologna
e in Emilia-Romagna: il riciclaggio di denaro sporco nei lavori
pubblici e negli investimenti immobiliari.
Proprio in questi settori il giudice Ugolini stava lavorando,
da solo e con pochi mezzi; solo le sue indagini hanno consentito
di accertare presenze significative di Mafiosi di rango delle
quattro mafie nel bolognese; solo con la sua firma si sono registrati
importanti sequestri di patrimoni con l'applicazione della legge
Rognoni-La Torre.
Tutti i fatti che sono seguiti hanno dato ragione al magistrato
che rifiutò di aggiungere la sua firma alla operazione
"Pilastro". La Quinta Mafia scomparve nel giro di qualche
mese: dei 180 arrestati, nessuno fu rinviato a giudizio per associazione
mafiosa; l'arresto dei componenti della "Banda della Uno
Bianca" e le confessioni dei fratelli Savi demolirono le
tesi accusatorie sull'assassinio dei carabinieri contro la cosiddetta
"Banda del Pilastro".
Nonostante tutto, il 9 novembre 1995 Carlo Ugolini, dopo una riunione
tumultuosa, è costretto addirittura a minacciare l'abbandono
della DDA bolognese, per ritornare alla procura ordinaria. In
quella occasione le dimissioni rientrarono, ma non ne mancherà
un'altra definitiva.
Quando lascerà la procura di Bologna, in molti applaudiranno
al suo coraggio e la sua serietà, molti gli renderanno
merito per quanto ha fatto e per quanto non è riuscito
a fare.
Proprio come avvenne con Claudio Nunziata, tanti e prestigiosi
riconoscimenti, tutti dopo.
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